Il mercato dell’oro continua a perdere terreno. Nella giornata di mercoledì il metallo giallo ha registrato la quarta seduta consecutiva in ribasso, scendendo sotto la soglia dei 4.200 dollari l’oncia e toccando i livelli più bassi degli ultimi mesi. A pesare sulle quotazioni sono soprattutto il rafforzamento del dollaro statunitense, l’aumento delle aspettative di una Federal Reserve più aggressiva e le nuove tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran.

Lingotti d’oro su documenti finanziari, con grafici di mercato in calo visualizzati su uno schermo sullo sfondo
Oro – MeteoFinanza.com

L’oro spot è sceso dell’1,9%, attestandosi a 4.180,85 dollari l’oncia, minimo dal 23 marzo. In flessione anche i contratti future sull’oro quotati negli Stati Uniti, che hanno perso la stessa percentuale, fermandosi a 4.204,75 dollari.

Mercati in attesa dei dati sull’inflazione USA

Gli investitori hanno ridotto l’esposizione sul metallo prezioso in vista della pubblicazione dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) degli Stati Uniti, uno degli indicatori più osservati dalla Federal Reserve per definire la propria politica monetaria.

Le previsioni degli analisti indicano un’accelerazione dell’inflazione annua al 4,2% nel mese di maggio. Se confermato, il dato rappresenterebbe il livello più elevato dall’aprile 2023 e rafforzerebbe l’ipotesi di una banca centrale intenzionata a mantenere una linea restrittiva più a lungo del previsto.

L’attenzione degli operatori si concentra soprattutto sui prossimi segnali provenienti dalla Fed, chiamata a riunirsi il 16 e 17 giugno per decidere il futuro dei tassi di interesse.

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Iran, petrolio e inflazione: cresce la preoccupazione dei mercati

A complicare ulteriormente il quadro sono le nuove tensioni in Medio Oriente. Washington ha infatti condotto nuovi attacchi contro obiettivi iraniani dopo l’abbattimento di un elicottero militare statunitense nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, una delle aree più strategiche per il commercio energetico globale.

L’escalation militare ha immediatamente alimentato i timori di possibili interruzioni nelle forniture di petrolio, spingendo le quotazioni del greggio in rialzo di circa l’1%.

L’aumento dei prezzi energetici rappresenta un fattore particolarmente sensibile per i mercati finanziari perché rischia di tradursi in una nuova spinta inflazionistica. Una dinamica che potrebbe costringere la Federal Reserve a mantenere tassi elevati più a lungo, rinviando eventuali tagli del costo del denaro.

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Perché tassi più alti penalizzano l’oro

Tradizionalmente l’oro viene considerato un bene rifugio nei periodi di incertezza economica e geopolitica. Tuttavia, quando i tassi di interesse salgono, il metallo prezioso tende a perdere attrattiva rispetto ad altri strumenti finanziari che offrono rendimenti.

In questo contesto stanno contribuendo alla debolezza delle quotazioni diversi fattori:

  • rendimenti dei Treasury statunitensi vicini ai massimi plurimensili;
  • dollaro americano stabile sui livelli più elevati degli ultimi due mesi;
  • aspettative sempre più ridotte di futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve.

Secondo le attuali valutazioni del mercato, oltre il 70% degli operatori ritiene possibile almeno un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno.

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Dollaro forte e Treasury elevati mettono pressione al metallo prezioso

Anche il Dollar Index (DXY) continua a mostrare una certa solidità. Durante la sessione asiatica l’indice ha registrato un ulteriore incremento dello 0,1%, rimanendo vicino ai massimi raggiunti all’inizio della settimana.

Un dollaro più forte tende generalmente a rendere l’oro più costoso per gli investitori che operano con altre valute, riducendone la domanda internazionale. Parallelamente, i rendimenti obbligazionari elevati aumentano il costo opportunità di detenere un asset che non produce cedole né interessi.

In calo anche argento e platino

La pressione ribassista non ha colpito soltanto l’oro. Anche gli altri principali metalli preziosi hanno chiuso la giornata in territorio negativo.

L’argento ha registrato una flessione dell’1%, scendendo a 64,70 dollari l’oncia, mentre il platino ha accusato perdite più marcate, arretrando del 3% fino a quota 1.678,60 dollari l’oncia.

Con l’inflazione americana sotto osservazione e la Federal Reserve pronta a fornire nuove indicazioni sulla traiettoria dei tassi, i prossimi giorni potrebbero rivelarsi decisivi per l’andamento dell’intero comparto dei metalli preziosi.

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