Il Bitcoin attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi anni. Dopo aver superato i 126.000 dollari nell’ottobre 2025, la criptovaluta ha perso circa il 25% dall’inizio del 2026, scendendo temporaneamente sotto la soglia dei 60.000 dollari.
Il movimento ha riportato l’attenzione sull’ipotesi di un nuovo inverno delle criptovalute, caratterizzato da prezzi in calo, volumi ridotti e minore interesse da parte del pubblico. Secondo l’analisi di Morningstar, la ripresa dipenderà soprattutto dalle decisioni della Federal Reserve, dalle nuove regole statunitensi e dal ritorno dei capitali verso gli strumenti collegati al Bitcoin.
Indice
Il calo nasce dalle condizioni economiche globali

La nuova fase ribassista presenta caratteristiche differenti rispetto alle crisi del 2018 e del 2022. In quei casi, il mercato era stato colpito soprattutto da fallimenti e problemi interni al settore delle criptovalute.
Nel 2026 hanno pesato maggiormente l’aumento dei rendimenti obbligazionari, le condizioni finanziarie più rigide e il generale allontanamento dalle attività considerate rischiose. Il solo mese di giugno si è chiuso con una perdita del 19%, la peggiore prestazione mensile del Bitcoin dalla crisi del fondo Three Arrows Capital nel 2022.
La pressione è stata aggravata dai deflussi registrati dagli ETF sulle criptovalute domiciliati negli Stati Uniti. Nelle sei settimane terminate il 17 luglio, questi strumenti hanno perso circa 2,7 miliardi di dollari, riducendo una delle principali fonti di domanda che avevano sostenuto il precedente rialzo.
Negli ultimi giorni sono però tornati alcuni segnali di stabilizzazione. Sette sedute consecutive di afflussi verso gli ETF hanno contribuito a riportare il prezzo vicino ai 67.000 dollari, prima di un nuovo assestamento intorno ai 64.000 dollari.
Federal Reserve e inflazione possono cambiare lo scenario
Il primo elemento osservato dal mercato è la politica monetaria statunitense. Tassi reali più bassi e un rallentamento dell’inflazione potrebbero migliorare il contesto generale per le attività rischiose, comprese le criptovalute.
Una Federal Reserve più prudente sul costo del denaro ridurrebbe la pressione esercitata dai rendimenti obbligazionari. Al contrario, un’inflazione persistente e tassi elevati più a lungo continuerebbero a limitare la disponibilità di capitale verso Bitcoin e altri strumenti digitali.
Le indicazioni della banca centrale assumono quindi un peso superiore alle singole soglie tecniche. Anche il livello dei 60.000 dollari, pur importante dal punto di vista psicologico, non viene considerato dagli operatori istituzionali come un confine capace da solo di determinare le prospettive future della criptovaluta.
Le nuove regole negli Stati Uniti possono attirare altri capitali
Un altro fattore decisivo riguarda la regolamentazione. Il mercato attende progressi sul CLARITY Act, il provvedimento pensato per stabilire con maggiore precisione quali autorità statunitensi debbano controllare le diverse categorie di attività digitali.
Regole più chiare potrebbero ridurre l’incertezza per banche, società di gestione e piattaforme finanziarie. Questo faciliterebbe la diffusione di servizi dedicati al Bitcoin e potrebbe ampliare la partecipazione delle grandi istituzioni.
Anche le elezioni statunitensi di medio termine, previste per novembre 2026, potrebbero influenzare il settore. Il mercato valuterà soprattutto il possibile impatto del risultato elettorale sulle norme dedicate alle criptovalute, sulla politica fiscale e sulla gestione del debito pubblico.
L’interesse dei piccoli operatori si è spostato sull’intelligenza artificiale
Una parte del capitale che negli anni precedenti era diretta verso le criptovalute si è spostata sulle aziende collegate all’intelligenza artificiale. Questo cambiamento ha contribuito alla riduzione dei volumi e dell’interesse dei piccoli operatori.
La partecipazione istituzionale non si sarebbe però fermata. Società di gestione, intermediari e piattaforme stanno continuando a integrare prodotti collegati al Bitcoin, mentre l’accesso agli ETF viene progressivamente esteso a una platea più ampia.
Il comportamento degli ETF resterà quindi uno degli indicatori principali. Nuovi afflussi possono aumentare la domanda, mentre un ritorno dei deflussi rischia di amplificare la pressione sulle quotazioni. Gli strumenti approvati negli ultimi anni hanno infatti rafforzato il collegamento tra Bitcoin e finanza tradizionale.
Restano elevati i rischi legati alla volatilità, agli attacchi informatici, alle tensioni geopolitiche e a un possibile peggioramento dell’economia globale. Il mercato continuerà quindi a dipendere dall’intreccio tra tassi di interesse, regolamentazione, flussi degli ETF e partecipazione istituzionale, senza la certezza che il minimo raggiunto nel 2026 rappresenti già la conclusione della fase ribassista.
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