I rendimenti obbligazionari potrebbero non aver ancora raggiunto il loro punto di arrivo. Nonostante il forte aumento registrato negli ultimi anni, Kenneth Orchard, responsabile dell’obbligazionario internazionale di T. Rowe Price, ritiene che i mercati sviluppati siano entrati in una fase strutturalmente caratterizzata da rendimenti più elevati. Alla base ci sono inflazione persistente, enormi deficit pubblici e una domanda di capitale sempre maggiore, alla quale si aggiungono ora gli investimenti miliardari necessari per finanziare l’intelligenza artificiale.
Per gli investitori il cambiamento è importante perché modifica anche il ruolo delle obbligazioni nei portafogli. Dopo anni nei quali i bond venivano utilizzati principalmente per ridurre il rischio complessivo, rendimenti più elevati possono trasformarli nuovamente in una vera fonte di reddito, con alcune aree del mercato capaci di offrire rendimenti nell’ordine del 6-7%. Una prospettiva che potrebbe rendere il reddito fisso più competitivo anche rispetto alle azioni su orizzonti temporali medio-lunghi.
Inflazione e deficit possono spingere ancora più in alto i rendimenti

La tesi di Orchard parte da un cambiamento strutturale dell’economia mondiale. I grandi Paesi sviluppati continuano a registrare deficit pubblici molto elevati, aumentando continuamente la quantità di titoli di Stato che deve essere assorbita dal mercato. Allo stesso tempo guerre, tensioni geopolitiche, fenomeni climatici e materie prime mantengono pressioni sui prezzi che rendono più difficile un ritorno stabile verso un’inflazione molto bassa.
Anche T. Rowe Price ha recentemente sottolineato come l’attuale livello dei rendimenti abbia riportato interesse verso il reddito fisso: il rendimento delle obbligazioni societarie statunitensi investment grade si collocava intorno al 5,14% a fine marzo, mentre quello dell’alto rendimento globale arrivava intorno al 7,3%.
Secondo Orchard, l’inflazione non sarebbe ancora definitivamente sotto controllo e le banche centrali potrebbero quindi essere costrette a tornare ad aumentare i tassi anche dopo eventuali periodi di pausa. Non necessariamente già nel 2027, ma eventualmente nel 2028 o 2029. In questo scenario i rendimenti obbligazionari dei mercati sviluppati avrebbero ancora spazio per muoversi verso l’alto.
A questa pressione si aggiunge la corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale. Le grandi società tecnologiche stanno raccogliendo enormi quantità di capitale per finanziare data center e infrastrutture, aumentando la concorrenza per le risorse disponibili sul mercato. Secondo Orchard, uno degli effetti più evidenti si sta già osservando sul mercato immobiliare, dove gli elevati costi di finanziamento stanno frenando l’accessibilità dei mutui.
Con rendimenti al 6-7% i bond tornano una fonte di reddito
Per l’investitore, un aumento dei rendimenti presenta due facce. Nell’immediato può significare perdite sul prezzo delle obbligazioni già in portafoglio, soprattutto sui titoli con scadenze più lunghe. Ma chi acquista nuove obbligazioni può invece bloccare cedole e rendimenti significativamente superiori rispetto a quelli disponibili per buona parte dell’ultimo decennio.
Orchard invita quindi a smettere di considerare i bond esclusivamente come una sorta di assicurazione contro le oscillazioni delle azioni. Un portafoglio composto da obbligazioni societarie, cartolarizzate e dei mercati emergenti potrebbe arrivare a produrre un reddito nell’ordine del 6-7%, livello che diventa particolarmente interessante se confrontato con il rendimento atteso delle azioni e con una volatilità generalmente inferiore.
Particolare attenzione viene riservata anche alle obbligazioni indicizzate all’inflazione, considerate uno strumento ancora sottovalutato. Orchard evidenzia come i TIPS statunitensi e strumenti equivalenti in Europa, Giappone e Canada abbiano assunto maggiore importanza proprio in un contesto nel quale la crescita dei prezzi potrebbe rimanere strutturalmente superiore rispetto al passato.
Il messaggio per chi investe in obbligazioni cambia quindi sensibilmente: rendimenti più alti non rappresentano necessariamente una cattiva notizia. Nel breve periodo possono mettere sotto pressione i prezzi dei bond, ma contemporaneamente aumentano il reddito disponibile per chi entra sul mercato. Se inflazione, deficit pubblici e domanda globale di capitali resteranno elevati, la stagione dei rendimenti bassissimi potrebbe essere definitivamente alle spalle.
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