L’inflazione Eurozona potrebbe accelerare nuovamente in agosto e raggiungere il 3,3%, il livello più elevato degli ultimi tre anni. Il dato ufficiale preliminare sarà pubblicato da Eurostat il 1° settembre, ma le attese stanno aumentando la pressione sulla Banca Centrale Europea, che si riunirà il 9 e 10 settembre per decidere sui tassi.
Energia e servizi continuano a spingere i prezzi

La principale fonte di pressione resta l’energia. Le tensioni geopolitiche legate al conflitto con l’Iran hanno fatto aumentare petrolio, gas e prodotti raffinati, trasferendo gradualmente i rincari anche sui prezzi pagati da famiglie e imprese.
A luglio l’energia registrava già un aumento annuo del 10%, mentre l’inflazione dei servizi era salita al 3,3%. Anche la componente di fondo, che esclude energia e alimentari più volatili, si manteneva intorno al 2,5%, segnalando che la pressione sui prezzi non riguarda esclusivamente carburanti e bollette.
I primi dati nazionali di agosto rafforzano questa lettura. In Francia, per esempio, l’inflazione armonizzata è salita preliminarmente al 2,7% dal 2,4% di luglio, principalmente a causa dei prodotti energetici. Se una dinamica simile emergerà anche nelle altre grandi economie, il dato complessivo dell’Eurozona potrebbe effettivamente avvicinarsi al 3,3%.
La BCE verso un aumento dei tassi al 2,50%
Per la BCE la risposta più probabile è un nuovo rialzo di 25 punti base, che porterebbe il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%. All’interno dell’istituto esiste ormai un ampio orientamento favorevole a intervenire a settembre. Anche i verbali della riunione di luglio hanno mostrato che diversi membri del Consiglio direttivo consideravano probabile un ulteriore aumento per impedire che lo shock energetico producesse effetti più duraturi.
La BCE può permettersi di intervenire anche perché l’economia ha mostrato una resistenza maggiore delle attese. Nel secondo trimestre il PIL dell’Eurozona è cresciuto dello 0,4%, il doppio delle previsioni, riducendo il timore che un moderato aumento dei tassi possa provocare immediatamente una recessione.
Il quadro è quindi molto diverso da quello di pochi mesi fa, quando l’attenzione era concentrata soprattutto sulla possibilità di ulteriori tagli. Oggi i mercati stanno tornando a considerare uno scenario nel quale i tassi rimangano elevati più a lungo.
Dopo settembre la BCE potrebbe però scegliere la prudenza
Un rialzo a settembre non significa necessariamente l’inizio di una nuova lunga serie di strette monetarie. Proprio questo sarà probabilmente il messaggio più importante della prossima riunione.
I responsabili della BCE sembrano intenzionati ad aumentare i tassi senza impegnarsi preventivamente su ulteriori interventi. Le aspettative di inflazione di lungo periodo rimangono infatti vicine all’obiettivo del 2% e, finora, non sono emersi forti effetti di secondo livello sui salari.
La banca centrale dovrà quindi distinguere tra un aumento temporaneo dell’inflazione provocato dall’energia e una nuova fase di crescita generalizzata dei prezzi. Se petrolio e gas dovessero stabilizzarsi e l’inflazione di fondo rimanesse sotto controllo, il 2,50% potrebbe diventare un livello sul quale fermarsi e osservare l’evoluzione dell’economia.
Per i mercati, comunque, il cambiamento è già significativo. L’inflazione Eurozona sta tornando sopra il 3% proprio mentre gli investitori speravano in condizioni finanziarie più accomodanti. La pubblicazione del dato preliminare di agosto e le nuove previsioni economiche della BCE diventeranno quindi decisive per capire se quella di settembre sarà soltanto una correzione preventiva o l’inizio di una fase più lunga di politica monetaria restrittiva.
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