La settimana scorsa si è chiusa, per l’indice FTSE MIB, con una prestazione al rialzo, con variazione percentuale dello 0,75%. Nella giornata di venerdì, infatti, l’indice ha avviato la sessione a quota 21.374,4 punti, inferiore ai picchi della giornata precedente, ma poi in grado di ampliare la prestazione nel corso della riunione, chiudendo a 21.470,4 punti, e prossimo dunque ai massimi della seduta.

Analisi tecnica

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Attualmente il quadro tecnico di FTSE MIB apre spazio a potenziali ribassamenti, con test del supporto a quota 21.143 punti. Nel caso in cui venisse testato positivamente tale supporto, con rottura in trend decrescente, si aprirebbero le porte per il test al supporto chiave di 20.816 punti. Di contro, nel caso di prosecuzione del trend positivo, la prima resistenza è attualmente posta a 21.952 punti, superati i quali si aprirebbero le porte per un’accelerazione verso 22.762 punti.

La situazione italiana

Diamo dunque uno sguardo alla situazione italiana, in un quadro macro che potrebbe condizionare le previsioni FTSE MIB.

In particolare, l’ultimo aggiornamento del quadro di riferimento per la politica fiscale sembra inserirsi nella strada che era già stata tracciata dai precedenti governi, con impatto netto che dovrebbe essere solo marginalmente espansivo. Nessuna riduzione del debito, salvo il caso (poco probabile) che il PIL acceleri come da auspicio dal governo.

Dunque, in fin dei conti, quel che sta emergendo è che il cambio di governo abbia marcato una discontinuità solo nei confronti della qualità dei rapporti con l’Unione Europea e dei mercati finanziari, ma non certo sul fronte degli obiettivi fiscali.

Nel dettaglio, la manovra dovrebbe caratterizzarsi per un aumento del deficit strutturale di 0,1% del PIL, che è dunque ben contraria alla correzione di 0,6% che era stata richiesta dalla Commissione Europea. Il gap sarebbe giustificato in parte dalla copertura delle spese contro il dissesto idrogeologico, e per il resto dalla clausola per gli investimenti, alla quale però l’Italia ha già fatto ricorso in passato. A questo punto bisognerà comprendere come la Commissione affronterà il tema, e in che modo si evolveranno i rapporti, per il momento positivi, con il governo.

In termini di deficit nominale è proposto un 2,2%, per lo stesso livello del 2019 e del 2018: un obiettivo che implica un nuovo peggioramento del saldo primario, che dovrebbe scendere all’1,1% del PIL nel 2020. Soltanto nel 2021 l’avanzo primario tornerebbe a crescere e il deficit complessivo calerebbe.

Per quanto infine concerne la sterilizzazione dell’aumento dell’IVA, il governo vuole cancellare tale clausola, ma in larga misura con nuovo deficit. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole…

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