Il 2026 si apre per Piazza Affari con un profilo più complesso che spettacolare. Il mercato azionario italiano non sembra avviato verso una fase di contrazione, ma allo stesso tempo mancano i presupposti per una crescita robusta e diffusa.

Un maxi schermo con la scritta FTSE Mib e un grafico finanziario. Sullo sfondo l'edificio della Borsa italiana con il tricolore appeso alle finestre
FTSE Mib – MeteoFinanza.com

A guidare l’andamento del FTSE MIB saranno pochi elementi chiave, ben riconoscibili: una crescita economica moderata, l’evoluzione della politica monetaria europea e la solidità delle scelte fiscali del governo. È su questo equilibrio fragile che si giocheranno opportunità mirate e rischi da non sottovalutare.

Scenario macro: crescita contenuta ma senza recessione

Le proiezioni per l’economia italiana nel 2026 disegnano un quadro di stabilità senza slancio. Il prodotto interno lordo dovrebbe muoversi attorno a un incremento dell’1%, con un’inflazione sotto controllo nell’area dell’1,5% e un mercato del lavoro sostanzialmente stabile, con la disoccupazione poco sopra il 6%. Numeri che allontanano lo spettro della recessione, ma che confermano una crescita strutturalmente debole.

Il vero punto critico resta il debito pubblico, destinato a rimanere su livelli molto elevati, vicino al 140% del PIL. Un fattore che non incide solo sulla politica fiscale, ma anche sulla percezione di rischio Paese e quindi sul premio richiesto dagli investitori internazionali.

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Banche e assicurazioni: il cuore dell’indice

Il settore finanziario continua a rappresentare il fulcro del FTSE MIB. Banche e assicurazioni pesano complessivamente circa la metà dell’indice, con gli istituti di credito che da soli sfiorano il 38%. Nel 2026 il contesto dei tassi dovrebbe essere caratterizzato da una normalizzazione graduale, più che da tagli bruschi. Questo significa margini di interesse in lieve riduzione rispetto ai massimi recenti, ma non un crollo improvviso della redditività.

Il risultato è un comparto che può ancora sostenere utili solidi e dividendi interessanti, ma che difficilmente vedrà una rivalutazione generalizzata dei multipli. La bassa crescita economica limita infatti la capacità di espansione strutturale.

In questo contesto torna centrale il tema del consolidamento bancario e assicurativo. L’aumento dei costi legati a tecnologia, sicurezza informatica, compliance e digitalizzazione spinge verso operazioni di fusione o alleanze strategiche. Per alcune realtà, aggregarsi diventa una leva per difendere la redditività e migliorare l’efficienza operativa in un mercato sempre più competitivo.

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Il fattore politico-fiscale: un rischio tutto italiano

Accanto alle dinamiche di mercato, pesa in modo significativo il rischio regolatorio e fiscale. Il settore finanziario è particolarmente sensibile a eventuali modifiche normative o a un aumento della pressione fiscale. Anche in assenza di un impatto immediato sugli utili, la sola percezione di un contesto meno favorevole può tradursi in valutazioni più prudenti e in un aumento dello sconto applicato dagli investitori.

Nel 2026, la credibilità delle politiche di bilancio e il rapporto con le istituzioni europee resteranno quindi determinanti per l’andamento dello spread e, di riflesso, per il sentiment su Piazza Affari.

Utilities e infrastrutture: stabilità più che crescita

Il comparto utilities e infrastrutture continua a offrire un profilo difensivo. Un’inflazione contenuta e tassi non in aumento alleggeriscono il costo del capitale e rendono più sostenibili i modelli basati sui dividendi. Se i prezzi energetici globali resteranno relativamente stabili, anche il quadro dei consumi dovrebbe mantenersi ordinato.

Il limite di questo scenario è evidente: meno tensioni sul fronte energetico significano anche minori possibilità di extra-profitti. Le utilities restano quindi interessanti per chi cerca stabilità e flussi cedolari, ma difficilmente saranno protagoniste di forti accelerazioni in Borsa.

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Industria e costruzioni: il banco di prova del PNRR

Per il settore industriale, le costruzioni e i servizi collegati agli investimenti, il 2026 rappresenta un anno decisivo. Il PNRR entra nella sua fase conclusiva e gran parte del potenziale di crescita dipenderà dalla capacità di trasformare gli investimenti pubblici in un reale aumento di produttività.

Un’attuazione efficace del piano può tradursi in maggiori volumi, commesse e benefici strutturali di lungo periodo. Al contrario, ritardi o inefficienze rischiano di ridimensionare l’impatto sugli utili e di raffreddare l’interesse del mercato.

Domanda estera e cambio: variabili decisive

L’export italiano resta fortemente legato al contesto internazionale. Eventuali tensioni commerciali, nuove barriere tariffarie o un euro strutturalmente forte possono comprimere la competitività delle imprese. Per molti titoli del FTSE MIB esposti a Stati Uniti e Asia, dal manifatturiero al lusso, nel 2026 il ciclo globale e il cambio avranno un peso spesso superiore alla domanda interna.

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Le fragilità strutturali del FTSE MIB

Nel complesso, il mercato italiano continua a confrontarsi con alcune debolezze di fondo: produttività stagnante, partecipazione al lavoro limitata, debito pubblico elevato, incertezza normativa in settori chiave ed esposizione agli shock esterni. A fare da amplificatore resta la variabile più osservata dagli investitori esteri: spread e fiducia fiscale.

Il 2026 si profila quindi come un anno di equilibrio instabile per il FTSE MIB. La crescita moderata e l’inflazione bassa sostengono i bilanci e i dividendi, ma il quadro resta asimmetrico, con rischi concentrati su politica fiscale, contesto globale e domanda estera. In uno scenario del genere, la selettività conta più delle scommesse direzionali e la capacità di distinguere tra settori e singoli titoli diventa la vera chiave per affrontare il mercato italiano.

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