
Il 2026 si sta aprendo con uno scenario che non si vedeva da anni: politica, geopolitica e mercati finanziari stanno tornando a muoversi come un unico sistema. Da un lato c’è l’America di Donald Trump, sempre più protezionista, muscolare e orientata a difesa, energia e industria domestica. Dall’altro c’è un’Europa che, dopo quattro anni difficili, intravede finalmente un ritorno alla normalità macroeconomica, con le mid cap italiane pronte a rientrare nei radar degli investitori globali.
In questo contesto, gli analisti stanno ridisegnando le mappe delle opportunità. Non più solo Big Tech e indici, ma una combinazione di grandi nomi americani e società di medie dimensioni europee che possono beneficiare di un mix esplosivo di spesa pubblica, politiche fiscali espansive e riallocazione dei capitali.
Indice
Il “Trump trade” prende forma
Dopo un anno alla Casa Bianca, Donald Trump ha impresso una svolta netta alla politica economica statunitense. Dazi, incentivi alla produzione interna, maxi tagli fiscali e un piano per portare il budget della difesa verso quota 1.500 miliardi di dollari nel 2027 hanno creato un ecosistema molto chiaro: chi opera nei settori favoriti da Washington ha un vento potente alle spalle.
Secondo i modelli quantitativi sviluppati da Axyon AI, fintech specializzata in selezione titoli tramite intelligenza artificiale, le aziende più allineate alle politiche trumpiane condividono alcune caratteristiche chiave: forte presenza produttiva negli Stati Uniti, esposizione alla difesa o all’energia, investimenti elevati in infrastrutture e tecnologie strategiche, bassa dipendenza dalle rinnovabili e una struttura finanziaria solida.
Il risultato è un paniere che mescola colossi globali e società meno conosciute ma con un enorme potenziale.
Micron e l’America dei chip
In cima alla classifica spicca Micron Technology, uno dei principali produttori di semiconduttori al mondo. La società, che produce memorie e sistemi di storage negli Stati Uniti, è diventata uno dei simboli del ritorno della manifattura hi tech sul suolo americano grazie agli incentivi del Chips Act. Non è un caso che il titolo abbia messo a segno un incredibile +230% nell’ultimo anno.
Micron non è solo una scommessa sull’intelligenza artificiale e sui data center, ma anche un asset strategico per la sicurezza nazionale americana. Questo la rende un perfetto “figlio” del nuovo corso trumpiano.
Uranio, difesa e sicurezza energetica
Subito dietro emerge un nome che dice molto sulla direzione presa dagli Stati Uniti: Uranium Energy. Con miniere e progetti di estrazione in Nord America, l’azienda è posizionata al centro del rilancio dell’energia nucleare come pilastro della sicurezza energetica e militare. In un mondo sempre più instabile, l’uranio torna a essere una materia prima critica.
Il settore della difesa è un altro grande beneficiario. Non sorprende trovare in classifica società come Leonardo DRS, la controllata americana del gruppo italiano Leonardo, che lavora direttamente con il Pentagono. Con un debito basso e contratti governativi in crescita, rappresenta uno dei modi più diretti per cavalcare l’aumento della spesa militare USA.
Anche Microsoft, unico membro delle “Magnifiche 7” presente tra i primi titoli, rientra nel portafoglio Trump per un motivo preciso: il suo ruolo nei sistemi cloud e digitali per la difesa americana. In un’era di guerra ibrida e cybersicurezza, il software è ormai un’arma strategica.
Il dollaro debole e l’effetto sui mercati
C’è poi un elemento che molti investitori europei stanno iniziando a comprendere solo ora: la svalutazione del dollaro. Nell’ultimo anno la valuta USA ha perso circa il 13% contro l’euro. Questo ha ridotto i rendimenti per chi investe negli Stati Uniti dall’Europa, ma allo stesso tempo rende le aziende americane più competitive e favorisce chi produce e vende in patria.
È una scelta coerente con la visione di Trump: rendere Wall Street meno dipendente dai capitali esteri e riportare l’America nelle mani degli americani.
Lo Star italiano torna protagonista
Mentre gli Stati Uniti giocano la carta del nazionalismo economico, l’Italia vive un momento potenzialmente storico. Secondo Intesa Sanpaolo, il 2026 potrebbe essere il primo vero “anno normale” per le mid cap dal 2019, dopo pandemia, crisi energetica, guerra in Ucraina, inflazione e rialzo dei tassi.
I numeri parlano chiaro: gli analisti si aspettano una crescita media dei ricavi del 6,3%, un aumento dell’ebitda del 9,4% e un balzo dell’utile per azione del 15,5%. Valutazioni ancora fortemente scontate, con un P/E inferiore alle medie storiche e un Peg sotto 1 per molti titoli, suggeriscono che il mercato non ha ancora prezzato questo miglioramento.
A rafforzare il quadro arriva anche il Fondo Nazionale Strategico Indiretto, un veicolo pubblico da oltre 700 milioni di euro che investirà direttamente nelle Pmi quotate, aumentando liquidità e visibilità del segmento Star.
Le mid cap che possono sorprendere
Intesa Sanpaolo e Milano Finanza hanno selezionato un gruppo di titoli che sintetizza al meglio questa opportunità. Tra questi spiccano nomi come Sanlorenzo, che può beneficiare del ritorno della domanda americana per gli yacht di lusso, Orsero, leader nell’importazione di frutta ad alto valore aggiunto, e Seco, protagonista nella meccatronica industriale.
Avio, attiva nel settore spaziale e dei lanci satellitari, si trova in una fase di forte espansione grazie ai programmi dell’Agenzia Spaziale Europea, mentre Altea Green Power rappresenta una delle scommesse più aggressive sulla transizione energetica e sui sistemi di accumulo, con un potenziale di rialzo stimato superiore al 60%.
Due mondi, un’unica strategia
Il filo conduttore che unisce Wall Street e Piazza Affari nel 2026 è sorprendentemente simile: investire in aziende legate a spesa pubblica, infrastrutture, sicurezza, energia e tecnologia critica.
Negli Stati Uniti questo significa semiconduttori, difesa, nucleare e cloud militare. In Italia significa mid cap industriali, aerospazio, energia e società con modelli di business solidi e visibili.
Per gli investitori, il messaggio è chiaro: il nuovo ciclo non sarà guidato solo dalla finanza, ma da scelte politiche e strategiche. E chi riuscirà a intercettare per tempo i vincitori di questo nuovo equilibrio globale potrebbe trovarsi nel posto giusto al momento giusto nel 2026.
Questo contenuto non deve essere considerato un consiglio di investimento.
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