L’ottimismo ha influenzato positivamente tutta la prima metà della scorsa settimana, con l’Europa e gli Stati Uniti che continuano ad essere costantemente impegnate per poter cercare di allentare con consapevolezza le misure restrittive legate alla pandemia da nuovo coronavirus, alimentando le speranze di una prossima ripresa economica di breve medio termine.

Tali speranze hanno però dovuto fare i conti con la posizione assunta dalla Federal Reserve statunitense mercoledì scorso, con la banca centrale a stelle e strisce che ha dipinto un quadro piuttosto cupo. I policy maker della Fed ipotizzano infatti tassi al livello attuale almeno fino al 2021 o al 2022, e si sono impegnati a continuare a sostenere l’economia con tutti gli strumenti disponibili.

Federal Reserve: la ripresa sarà molto lunga

Secondo le proiezioni della Federal Reserve, l’economia si ridurrà del 6,5% quest’anno, per tornare a crescere nel 2021, quando il PIL salirà del 5%. Per il 2022, la previsione è invece del 3,5%, considerato che in parte la spinta propulsiva favorita dal recupero delle gravi perdite del 2020 si sarà esaurita. La disoccupazione scenderà al 9,3% entro la fine dell’anno e al 6,5% entro la fine del 2021. L’inflazione dovrebbe salire solo dell’1% quest’anno e nel 2021 dovrebbe attestarsi in media all’1,5%.

L’annuncio della Fed ha in qualche modo suggerito che la strada per un ritorno economico sarà lunga e accidentata. E tale pessimismo da parte dei policy maker monetari ha spinto Wall Street al ribasso. In questo scenario, il dollaro ha parzialmente ripreso forza, garantita dal suo consueto ruolo di bene rifugio in contesto di avversione al rischio.

A questo contesto si sono poi aggiunte le brutte notizie determinate dalla seconda ondata di contagi da coronavirus negli Stati Uniti: le riaperture economiche hanno infatti favorito un aumento significativo di nuovi casi in Stati come la Florida e il Texas, e il contatore ha complessivamente superato i 2 milioni di casi nel Paese, mentre il numero di morti è salito verso i 115.000.

I dati macroeconomici

Come previsto, i dati macroeconomici hanno avuto un impatto limitato sulle valute, in quanto la maggior parte dei dati sono aggiornati a aprile e maggio, quando le severe misure di blocco hanno mantenuto paralizzate le attività economiche.

Tra i dati più rilevanti, rileviamo come nel primo trimestre il PIL dell’UE si sia confermato a -3,6%, leggermente migliore del -3,8% precedentemente stimato. Inoltre, l’inflazione statunitense, esclusi i prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, è aumentata dell’1,2% nell’anno fino a maggio. Infine, la stima preliminare dell’indice del Michigan Consumer Sentiment Index di giugno, che è migliorato a 78,0 punti da 72,3 punti, superando le aspettative del mercato.

Questa settimana è in programma la pubblicazione di alcuni dati aggiornati a giugno, che probabilmente attireranno un po’ più di attenzione da parte degli investitori. Occhi aperti soprattutto ai dati europei, mentre negli USA è probabile che le cupe prospettive proiettate dalla Fed possano far passare in secondo piano i numeri potenzialmente incoraggianti.

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